Nell'università "La Sapienza", fondata dal Papa Bonifacio VIII
Papa Benedetto non può entrare.
Perché questo impedimento?
C'è qualcuno che ha paura della verità?
Ma chi ha paura della verità non lascia parlare gli altri.
Ma chi ha paura della verità che non vuole ascoltare gli
altri.
Avere un tale atteggiamento è molto pericoloso e può portare a
forme irragionevoli di pensiero e a sopraffazioni e violenze.
Dopo la presa di posizione di 67
professori dell'università La Sapienza di Roma, contro una
maggioranza di oltre 4000 docenti, ci sembra opportuno chiarire una
delle motivazioni addotte (il caso Galileo Galilei) da questo
sparuto numero di contestatori.
Il caso Galileo Galilei ha iniziato a divenire un problema
con l'illuminismo (cioè il secolo dei lumi, il Settecento). Da
allora cominciò ad acquirsi la critica verso la Chiesa
Cattolica.
Una frase significativa di Voltaire, può far capire l'atteggiamento
degli illuministi. Diceva infatti Voltaire: "calunnia, calunnia,
calunnia, qualcosa resterà".
Si comprende allora come lo scopo, nei rapporti con la Chiesa,
fosse stato, e continua a essere, quello di cogliere gli aspetti
negativi, spesso inventati, trascurando tutto il bene che nel corso
dei secoli il cristianesimo ha fatto.
Per chiarire l'argomento ci serviamo di alcune ricerche riportate
da Vittorio Messori nel suo libro "Pensare la storia".
Stando a un'inchiesta del
Consiglio d'Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi
della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo
Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi
totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato
sottoposto a tortura. Coloro - non molti, in verità - che sono in
grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano
come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!",
fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli
inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli
anatemi teologici.
Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che
siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente
almeno quest'ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a
Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile
giornalista che fu Giuseppe Baretti.
Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria
sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo
"vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento
per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse
prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era
consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale,
cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali
c'erano ùomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che,
nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione
ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà
sostenuto il contrario di quanto si poteva credere.
Di più: nei quattro giorni di discussione;, ad appoggio della
sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole, aveva portato un
solo argomento; ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree
erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto
terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne
opponevano un'altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era,
invece, quella giusta.
L'alzarsi e 1'abbassarsi dell' acqua dei mari, cioè, è dovuta
all'attrazione della Luna, come dicevano, appunto, quegli
inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano.
Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le
maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico
quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi
apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era
ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva
duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che
invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano
oggetti celesti reali.
Torture? carceri
dell'Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli
studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo
non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna
violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò
(a spese e cura della Santa Sede) in un alloggio di cinque stanze
con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la
sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio,
finch&eacte; non si ritirò nella sua villa di
Arcetri.
Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati,
spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il
suo lavoro e ne approfittò, difatti, continuando gli studi e
pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove
scienze - che è il suo capolavoro scientifico.
Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la
settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era
anch'essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un
credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era
stato il beniamino dei papi stessi, e che, ben lungi dall'ergersi
come difensore della ragione contro l'oscurantismo clericale, come
vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine
della sua vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa
pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza
di Santa Chiesa".
Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria
e della benedizione del papa. Era 18 gennaio 1642, nove anni dopo
la "condanna". Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima
parola. Fu: "Gesù!"...
I suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano
sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè,
che per invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che
la Bibbia, fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al
silenzio. La difesa gli venne dalla Chiesa, l'offesa
dall'Università.
Qual è la
condanna? Il temporaneo divieto di insegnare
pubblicamente la teoria eliocentrica copernicana. È un fatto del
tutto isolato: né prima né dopo la Chiesa scenderà mai (ripetiamo:
mai) in campo per intralciare in qualche modo la ricerca
scientifica, portata avanti tra l'altro quasi sempre da membri di
ordini religiosi.
Copernico, da cui tutto inizia (e nel cui nome Galileo sarebbe
stato "perseguitato"), è un cattolicissimo polacco. Anzi, è
addirittura un canonico che installa il suo rudimentale
osservatorio su un torrione della cattedrale di Frauenburg. L'opera
fondamentale che pubblica nel 1543 - La rotazione dei corpi celesti
- è dedicata al papa Paolo III, anch'egli, tra l'altro,
appassionato astronomo.
Solo che poneva (Copernico) la questione come ipotesi, mentre
Galileo la poneva come teoria e per questo gli scienziati volevano
una spiegazione scientifica, che come abbiamo visto, non seppe
dare.
Oggi siamo forse in grado di scorgere il paradosso che si
verificò con il "caso Galileo".
Si sbagliò nel mescolare Bibbia e nascente scienza sperimentale. La frase incriminata fu quella riporata nella Sacra Scrittura quando Giosue disse: 12Allora, quando il Signore mise gli Amorrei nelle mani degli Israeliti, Giosuè disse al Signore sotto gli occhi di Israele: "Sole, fermati in Gàbaon e tu, luna, sulla valle di Aialon" (Giosué 10, 12)
Se qualcuno vuole approfondire
l'argomento può fare riferimento al testo "Pensare la storia" sopra
citato.
Vorremo terminare rifacendoci al fatto increscioso di un Papa che
non può entrare "nella sua università".
Che tanti studenti (forse troppi) possano anche non essere a
conoscenza di certi fatti storici, possiamo anche ammetterlo, anche
se non sempre giustificarlo.
Se però l'ignoranza si siede in cattedra per comunicare "bugie",
allora ci viene da pensare in quali mani è affidata la gioventù
d'oggi.
Anche i professori possono non sapere tutto, però prima di
insegnare una cosa, devono vagliarla, altrimenti cadrebbero in un
peccato grave contro la scienza: ignoranza colpevole della
verità.